KAOS (1984)

KAOS (1984)

Anno 1984

Paese Italia

Durata 157 minuti

Genere Drammatico

Regia Vittorio Taviani

Attori Laura Mollica, Enzo Alessi, Omero Antonutti, Regina Bianchi, Claudio Bigagli, Massimo Bonetti, Carlo Cartier, Maria Teresa Di Fede, Franco Franchi, Margarita Lozano, Anna Malvica, Enrica Maria Modugno, Ciccio Ingrassia, Maria Lo Sardo, Matilde Piana, Orazio Torrisi

Data uscita N.D.

Fotografia Giuseppe Lanci

Montaggio Roberto Perpignani

Musica Nicola Piovani, Ennio Morricone

Sceneggiatura Vittorio Taviani, Paolo Taviani, Tonino Guerra

Trama
Si tratta di quattro episodi (nella edizione televisiva cinque: con “Requiem”), del tutto diversi per tema e sviluppi, legati tra loro dal tenuo filo di un volo di corvo, che muove le ali verso il cielo del Prologo. Un gruppo di pastori se ne disputano il possesso, finché uno di essi, legato al collo dell’uccello un campanello, gli rende la libertà. Il palpito delle ali nerissime e il tintinnio di quel campanello (il soggetto è tratto da “Il corvo di Mizzaro”, sempre di Luigi Pirandello) punteggeranno a tratti l’andamento del film. PRIMO EPISODIO: L’altro figlio. Un gruppo di emigranti per l’America sosta brevemente su una strada campestre, in attesa di una carretta. Una donna, una vedova da tutti creduta un po’ matta, perché si ostina a fare scrivere lettere ai due figli, emigrati anch’essi da ben quattordici anni e di cui mai ha più saputo nulla, vuole affidare a qualcuno un’ennesima lettera per i due, immemori o ingrati. Ma sul foglio altri hanno malignamente tradotto le sue trepidanti parole di affetto in assurdi sgorbi. Se ne avvede uno dei presenti, di altra estrazione sociale e con garbo glielo fa rilevare. A questo punto, la donna racconta a lui che, trent’anni prima, all’epoca di Garibaldi, il marito le venne ucciso e barbaramente decapitato, un bandito la stuprò e dalla violenza le nacque un figlio. Ai bordi della strada, non lontano, quel figlio è là che attende al pascolo delle proprie bovine. Egli è buono, semplice e laborioso, ma lei non lo ha mai accettato, né mai potrà accettarlo (tra l’altro, egli è il ritratto vivente di quel bandito). Lo vede anche piangere, respinto e sconfitto nel suo amore filiale, ma “quello” è il prodotto di un orrore subito. La donna resta sola, prigioniera dei ricordi, della miseria e della sua vana speranza, solamente tesa verso quei due lontani, barricata nel proprio rifiuto. SECONDO EPISODIO: Mal di luna. Dopo neppure un mese di matrimonio, la giovanissima Isidora scopre una sera con terrore che il suo Batà è un licantropo. Rimproverato l’infelice di non averle onestamente dichiarato, prima delle nozze, che il mal di luna lo mette periodicamente in crisi e confidatasi con la madre, quest’ultima condivide e accetta la proposta del giovane: lei stessa ed il cugino Saro si recheranno, ogni notte di luna piena, al casolare isolato nella campagna, per tenere compagnia alla sposina. Si tapperanno al sicuro in casa, mentre Batà ululerà nella notte; poi, tutto tornerà come prima. Isidora aspetta con ansia l’avvenimento, anche perché ha sempre amato Saro (povero, ma più bello e sano di Batà), sa di esserne ammirata e non dubita affatto che, nella notte fatale, tradirà lo sposo. Invece Saro, malgrado le chiarissime offerte della donna, non la possiederà sul letto coniugale: gli fa pena l’infelice cugino che si dibatte all’aperto, lacerato dalle unghiate, dalle grida e dal suo immenso dolore. Così non tocca la donna e stringe tra le mani la testa di Batà, come a tentare di alleviarne la sofferenza. TERZO EPISODIO: La giara. In una stagione ricchissima di olive, il ricco proprietario don Lollò (l’attore Ciccio Ingrassia) si fa spedire alla masseria un’olla gigantesca. Ma la giara trionfale, installata proprio nel mezzo del grande cortile, una notte misteriosamente si rompe. Zì Dima (Franco Franchi) è un conciabrocche famoso per il suo misterioso mastice: lo si chiama subito, ma don Lollò, diffidente, vuole in più anche una serie di punti di ferro per riparare meglio la giara. Zì Dima lavora d’impegno, cuce e salda il recipiente (che torna perfetto e suona, a toccarlo, come una campana), ma vi resta stolidamente chiuso dentro. Di lui non fuoriesce che la testa e, per di più, egli è gobbo e nessuno ce la fa a tirarlo fuori. Di qui le furie e poi il ricatto di don Lollò (“se vuoi uscire, ti tocca rompere la giara e allora devi pagarmela”) ed il rifiuto del conciabrocche, tra le risate dei famigli e dei lavoranti, ai quali Zì Dima offre, anzi, allegramente da bere e da mangiare, sostenendo la

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